«Questo inverno che non c’è ci permette di continuare il lento e quotidiano recupero di terra utilizzabile. Stare qui significa anche questo, saper comprendere che da ogni piccolo angolo la natura ci può dare qualcosa… Un insignificante fazzoletto ormai abbandonato da anni, grazie anche alle capre, sta pian piano trasformandosi, da giungla a pascolo.

Qui razzoleranno le galline, le capre mangeranno, facciamo e faremo legna per scaldarci e cucinare, raccoglieremo il sambuco, i rami del maggiociondolo come antiparassitario nel pollaio, da qui raccoglieremo foglie per la lettiera in stalla e chissà magari un giorno di nuovo qualche fungo… In questo mondo che corre avere la fortuna di fermarsi e riconnettersi alla terra è fondamentale e rigenerante. All’agricoltura che oggi protesta farebbe bene tutto ciò, spostare i propri orizzonti, non solo più profitto, ma benessere: sociale, fisico, mentale ma soprattutto equo».

Questo un post a firma Reis – Cibo libero di montagna, un ristorante estremo, in una borgata della Valle Varaita (Cn), dove lo chef Juri Chiotti ha deciso di basarsi sull’autoproduzione. Non parliamo di un personaggio fuori dalla realtà, che ha scelto di isolarsi, che insegue utopie irrealizzabili: parliamo di uno dei migliori ristoranti e cuochi d’Italia (aveva una stella Michelin a Cuneo), nonché di un agricoltore.  

Ne scriviamo perché, se vi chiedete quali ripercussioni avranno sui vostri acquisti le proteste degli agricoltori che impazzano in questi giorni, vi possiamo dire che non ce ne saranno o saranno minuscole. Chi è su quei trattori, purtroppo, fa un’agricoltura industriale ed è prima vittima di quel sistema. Esprime un disagio profondo che viene banalizzato, ricondotto a scontro fra contadini e ambientalisti, fra contadini e Unione Europea, cavalcata e strumentalizzata da chi cercherà di trarne vantaggi elettorali o tutela di interessi privati. Una polarizzazione che impedisce di comprendere, e tanto meno risolvere, i problemi.

La verità è che quell’agricoltura (in gran parte legata all’allevamento intensivo) non solo sta rovinando l’ambiente, ma peggiora la qualità del cibo, toglie tempo e persone alle campagne. La cosa più assurda è che rende chi vi opera qualcosa di lontanissimo da un vero agricoltore, e in più gli rovina la vita, a livello economico ma soprattutto esistenziale e sociale. Con la nostra spesa e con ciò che scegliamo possiamo decidere di invertire un po’ la rotta: «Non solo più profitto, ma benessere. Sociale, fisico, mentale» per gli agricoltori. Pensateci oggi al mercato.

Carlo Bogliotti

da La Stampa del 3 febbraio 2024