La scorsa settimana abbiamo fatto un accenno alle mele club, in particolare alle Pink Lady che si tirano fuori dai magazzini a San Valentino. Al mercato le abbiamo viste: rosa tendenti al rosso, lucidissime, perfette come la mela di Biancaneve. Sarà colpa di Walt Disney se d’impulso cerchiamo solo mele da esposizione? Non cerchiamo colpevoli, ma è un dato di fatto che le mele bio o da varietà antiche, come quelle dei Presìdi Slow Food in Piemonte, il melo decio di Belfiore in Veneto o la mela rosa – toh! Ne esisteva già una! – dei monti sibillini, sono di un’altra categoria, soprattutto a livello di salubrità e rispetto per l’ambiente.

Non vogliamo mettere in croce nessuno in particolare, soprattutto in questo momento storico, ma un articolo uscito sulla prestigiosa rivista Nature, uscito il 12 febbraio e dal titolo Widespread contamination of soils and vegetation with current use pesticide residues along altitudinal gradients in a European Alpine valley, ci ha letteralmente fatto sobbalzare sulla sedia. La ricerca analizza i residui dei pesticidi usati in Val Venosta per la coltivazione massiccia delle mele, tra le più note e diffuse d’Italia e d’Europa. Ebbene, purtroppo le contaminazioni sono risultate massicce (del resto, si arriva fino a 40 trattamenti all’anno): in 53 siti presi a campione sono state ritrovate tracce di 27 pesticidi dei 97 esistenti in commercio. In particolare, nei meleti la concentrazione è altissima, con 23 dei 27 pesticidi in questione presenti nel suolo e 18 nella vegetazione. Ma la contaminazione si estende, con livelli più bassi, anche laddove non si coltivano mele. Addirittura nei laghi, nelle valli vicine e in quota, oltre i 2000 metri. Cosa brutta poi, sono anche stati trovati pesticidi non approvati per la coltivazione delle mele e persino un paio che sono stati vietati dalla Ue nel dicembre 2020. Magari sono presenti da allora quand’erano legali, ma ciò dice molto sulla persistenza che hanno nel tempo. Sappiamo che gli abitanti della valle non sono molto “comodi” durante i trattamenti, e che sono costretti a chiudersi in casa. Uno dei punti su cui è montata la protesta dei contadini negli ultimi tempi è proprio la contestazione contro una riduzione dell’uso di pesticidi imposta per legge. C’è chi senza queste sostanze non riesce a fare un’agricoltura che sia sostenibile per le proprie economie. Ma siamo proprio sicuri che non ci sia una via alternativa? I Presìdi Slow Food che abbiano citato prima, per esempio perché non sono i soli, sonno virtuosi, non meritano forse un po’ di attenzione in più per un modello agricolo migliore, che renda anche più felici e ricchi i coltivatori?

Carlo Bogliotti

da La Stampa del 17 febbraio 2024