A inizio settembre siamo nella stagione dei fichi anche al Nord, dopo che si sono raccolti i fioroni pugliesi subito dopo la primavera, gli abruzzesi, detti “turchi” perché scuri, e via via tutte le altre varietà italiane, che sono tantissime, con colori che vanno dal verde chiaro al viola quasi nero. Testimonianze antichissime ci dicono che forse il fico è stato la prima pianta a essere coltivata dall’uomo nel bacino del Mediterraneo. Sono originari della Caria, regione dell’Anatolia (da cui deriva il nome scientifico Ficus carica) e non è un caso quindi se la parola “turco” torna sempre.
Pochi giorni fa una nostra fonte ci ha mandato delle foto di un magazzino colmo di cassette di frutta, due bilici appena scaricati. Le foto andavano poi a inquadrare il contenuto: dei fichi bellissimi, tondi, un po’ scuri, perfetti. Erano in arrivo proprio dalla Turchia, a far concorrenza ai nostri che stanno maturando in frutteti, orti e giardini. La loro vista appaga e sembrano davvero la quintessenza del fico, ma chi li ha assaggiati ci dice che non sanno di nulla! Niente gusto… Il fico se è buono è un frutto altamente deperibile, che non può viaggiare molto. Infatti, prima di questi turchi da esportazione, il consumo era prettamente locale e stagionale. E lo è ancora, tutto sommato.
I fichi più prendono sole e più diventano zuccherini, quasi estatici in bocca appena colti. Come tutte le cose deliziose è quasi effimera: va colto l’attimo. Ma un frutto così, che in realtà è un fiore (in Giappone si chiama ichijiku, vuol dire proprio “frutto senza fiore”) e che nel Mediterraneo ha trovato un ambiente ideale per crescere vigoroso e praticamente sempiterno, come potrebbe in secoli e secoli di storia essere stato lasciato alla sua caducità? Soltanto in Italia, tradizionalmente, abbiamo sviluppato metodi geniali per allungare il piacere di mangiarli: dall’essiccazione all’affumicatura, cuocendoli in forno lentamente e facendone quasi caramelle con una mandorla all’interno, ma anche trovando il modo di mangiarli acerbi: in Calabria, in alcune comunità, si cuocevano e condivano in modo molto particolare e complesso, fino a farne una ricetta salata, per non buttare via il risultato del diradamento tardo-primaverile. Fra queste gemme trasformate ci sono anche tre Presìdi Slow Food, che potrete gustare quasi tutto l’anno: il fico monnato di Prignano Cilento, in Campania, il fico secco di Carmignano, in Toscana, e il fico secco reale di Atessa in Abruzzo.
Carlo Bogliotti
da La Stampa del 30 agosto 2024


2 commenti
I fichi nell’immagine o non sono maturi o sono sfatti e quindi penso non proprio buoni. Io sono nato e cresciuto in campagna, a Pianella (PE- Abruzzo), e si può dire che sono cresciuto su una pianta di fico, la “sprisciokk” ( in dialetto), che per me rimane il fico più buono in assoluto, una specie di fico-prosciutto!
Non dimentichiamoci del Figo Moro di Caneva (PN)!