Nel bagno di folla e biodiversità presente a Terra Madre Salone del Gusto di Torino è davvero difficile scegliere un prodotto che possa essere simbolico, perché ogni cosa edibile in quel contesto racconta una storia, racconta un territorio, racconta un modo diverso, più sostenibile e più buono, di nutrirsi.
Tra le cose che ci hanno più colpito però ci sono i risultati ottenuti da molti prodotti dei Presìdi Slow Food e dell’Arca del Gusto, dimenticati per decenni o più, a forte rischio di scomparsa, ma che dopo tanto lavoro di tutela sono rinati, rianimando anche le microeconomie dei luoghi di provenienza. L’orgoglio e la passione che i produttori hanno dimostrato a Terra Madre sono la migliore paga che si possa avere tra chi si occupa di queste cose.
Prendiamo come esempio l’aglio. La raccolta è praticamente terminata ovunque e arrivano sul mercato le “teste” del 2024. Fate attenzione: al supermercato, ma anche al mercato, spesso compriamo l’aglio senza troppa attenzione, è un ingrediente base per la cucina ma non diamo importanza a origine o varietà. E così finiamo per comprare l’aglio cinese, che costa poco come sa di poco, e portiamo avanti la tendenza che ha portato proprio a quelle crisi produttive locali che oggi vediamo in parte rinascere. Negli anni Novanta, infatti, questo prodotto d’importazione a prezzi ridicoli ha rischiato di sostituire i nostri tanti ecotipi locali, ogni con profumi, colori, pezzature e usi in cucina diversi.
Tra i Presìdi abbiamo l’aglio rosso di Nùbia, nel trapanese, confezionato in trecce (trizze) anche molto grandi (tradizionalmente da 100 bulbi!); l’aglio di Resia in Friuli, di grande qualità, con bulbi piccolini e tunica rossastra, privo di spicchi centrali e infine l’aglio storico di Caraglio in Piemonte, ideale per la bagna caoda o per il bagnet verd con le acciughe. Ma citandone altri, ne troviamo a iosa: l’aglio piacentino, quello polesano, il bianco napoletano, di Trieste, i rosa primaticcio e di Nicastro, quello di Voghera, i rossi di Sulmona, maremmano e di Proceno in Lazio, l’irpino dell’Ufita e il famosissimo aglione della Chiana, toscanissimo e gigante (teste anche da 800 grami), così delicato e poco invasivo in digestione da essere soprannominato l’aglio del bacio, o degli innamorati. Non tutti amano – e assimilano facilmente – l’aglio, ma almeno si ami incondizionatamente la nostra biodiversità e chi la coltiva, perché ognuno troverà il suo gusto d’elezione.
Carlo Bogliotti
da La Stampa del 28 settembre 2024



5 commenti
aglio di Voghiera (il correttore di bozze)
Anche l’aglio ligure di Vessalico
Mi piace, l’ aglio nero ,quello di Caraglio e di ….non ricordo quale, visto a Terra Madre 2024
L’ aglio fa bene e, spesso, è necessario in molte pietanze. Il buon aglio si capisce già dal profumo. Ottimo l’ aglio rosso di Nubia per proprietà benefiche. Buono anche l’ aglio polesano. Particolare l’ aglione toscano. Che dire di un buon piatto di spaghetti con olio extravergine, aglio e peperoncino.
Tra i moltissimi ecotipi di aglio citati, ognuno con le proprie caratteristiche organolettiche uniche ed esclusive che donano ricchezza alla nostra microagricoltura, citerei anche l’aglio di Vessalico della Valle Arroscia, arroccata tra i terrazzamenti della riviera di Ponente, sulle alture sopra ad Albenga (Sv).
Raccolta e intreccio rigorosamente manuale, un aglio dal profumo intenso, delicato e dalla spiccata digeribilità.
La base per l’ottimo pesto alla ligure, con il Basilico genovese DOP e l’olio EVO tassativamente made in riviera.