Mentre continuano i ribassi per le verdure più consumate in autunno, in particolare i cavofliori, questa e le prossime due settimane saranno ideali per comprare e mangiare i cachi. Poi, purtroppo, ce ne saranno ancora ma molti meno e, cosa più problematica, molto più deperibili.
Il caldo tardo estivo e d’inizio autunno li ha fatti maturare molto bene, sviluppando buone quantità e qualità, ma le piogge che insistono da tempo sulle maggiori zone in cui sono coltivati presto avranno l’effetto di lasciar proliferare batteri e muffe, che appunto ridurranno ciclo di vita e possibilità di commercio del prodotto. Ora – momento perfetto dicevamo – costano tra l’euro e cinquanta al chilo e i due euro, con provenienza principalmente dalla sfortunata Emilia-Romagna, falcidiata dalle alluvioni.
I frutti si trovano comunque in tutta la Penisola e resistono anche molte piante isolate nei campi e nei giardini, a testimonianza di quanto questa specie, introdotta dall’Asia soltanto nel XIX secolo, si sia diffusa capillarmente e sia apprezzata anche da punto di vista ornamentale. Proprio in Emilia-Romagna, regione eletta per quasi tutta la frutta, da tempo si coltivano anche i cachi della varietà rojo brillante, trapiantata una ventina di anni fa dalla Spagna e adattatasi così bene nella zona attorno a Faenza da diventare in poco tempo uno dei fiori all’occhiello del comparto. Possiamo dire che questi cachi non siano forse completamente autoctoni, ma possiamo altrettanto certamente affermare che il rojo brillante che cresce in Romagna è molto più buono di quello spagnolo importato. E poi, supportiamo i coltivatori di quelle parti che saranno sicuramente in grosse difficoltà. Il rojo brillante non ha bisogno di finire di maturare in cassetta e al buio per completare la trasformazione dei suoi tannini (astringenti) in zuccheri. È il risultato di diversi incroci per ottenere un frutto che sia naturalmente più dolce del normale. Altre varietà, tra le più diffuse, sono il vaniglia, da mangiare “al cucchiaio”, e il cachi mela (questo invece originario di Israele e Palestina).
Curiosità: si può scrivere anche kaki, mentre la pianta porta il nome di diospiro o loto, e non “caco”, come molti la chiamano erroneamente. Consiglio: cercate un bravo gelataio artigianale che li trasformi nel suo laboratorio: un piacere assoluto, magari con un bel marron glacé sbriciolato sopra.
Carlo Bogliotti
da La Stampa del 26 ottobre 2024

