Mentre il tempo al Sud riserva tanta acqua, che rende addirittura impossibile raccogliere gli asparagi, e si preannunciano anche alcune piccole gelate in Puglia e Calabria che potranno compromettere le fioriture e dunque la frutta che verrà, per contro al Nord c’è sole, la primavera si sente, i prati sono in fiore. Già i prati, che vanno ricercati nelle zone più marginali della Penisola, dove magari è piacevole di questi tempi fare una gita fuori porta.
Non ci pensiamo, quando godiamo della loro bellezza, a quanto siano importanti per tantissimi motivi. E vanno tutelati, tanto che Slow Food da un paio d’anno ha istituito uno dei suoi Presìdi proprio per preservare quelli che si chiamano prati stabili. Questa volta si tratta quindi non di un singolo prodotto ma di un pezzo prezioso di ecosistema. Prati stabili e pascoli sono l’emblema del perfetto equilibrio tra natura ed esseri umani, tra rispetto dell’ambiente e produzione di reddito, tra mondo selvatico e saperi millenari. Si trovano sulle Alpi, sugli Appennini, in collina, ma anche in pianura, dove ne sopravvivono porzioni importanti. Ma ogni anno diminuiscono: in montagna per via dell’abbandono, in pianura per la ragione opposta, l’avanzare di monocolture e cemento.
Hanno un’età variabile – da qualche anno a più di un secolo – e sono oasi di biodiversità: di erbe, fiori, arbusti, insetti, uccelli e altri piccoli animali selvatici. In montagna arrivano a contenere più di cento essenze, in pianura almeno 15 o 20. Non devono essere arati, dissodati, coltivati e, meno che mai, sottoposti a diserbo o trattati con antiparassitari. Attenzione però: non sono neppure selvatici. I pastori, in particolare, giocano un ruolo fondamentale, sfalciandoli o portando gli animali al pascolo. Rappresentano il pasto ideale per gli impollinatori e per i ruminanti. Grazie a loro possiamo godere di mieli e formaggi di altissima qualità e gusti unici. E ci forniscono erbe commestibili tutte da riscoprire, come acetosella o romice, asparago selvatico, asparaggine, barbabecco, cardogna, cavolicello, cicoria selvatica, costolina, finocchio selvatico, ginestrella, grattalingua, grespino, menta selvatica, ortica, papavero, raperonzolo e ajucca, rucola selvatica, salicornia, senape selvatica, stridoli, tamaro, tanaceto… Ma i benefici dei prati non si fermano qui: sono strumenti molto importanti per trattenere carbonio e, se ben gestiti, sono un argine contro gli incendi estivi e le slavine invernali. Quanta bellezza, quanta ricchezza.
Carlo Bogliotti
da La Stampa del 5 aprile 2025


2 commenti
Peccato che troppi si stiano trasformando in osceni impianti fotovoltaici e eolici ,deturpando ecosistemi importanti e bellissimi.Il mio esempio è in gallura ,a Tempio,ai piedi del monte limbara
Eccellente questa descrizione. Ormai questi prati si trovano solo in montagna, oltre gli 800 metri, qui da noi, nella bergamasca.