In un giorno di lutto profondo vi consegniamo delle parole scritte per Carlin, nel giardino di casa. Quando erediti un giardino piantato e curato sempre un po’ alla bisogna lo vorresti immediatamente ordinato, con un battito di ciglia. Pensi a potare, separare le piante che non vanno d’accordo. Pensi a estirpare, trapiantare, spostare. Agli spazi vuoti, all’erba dove non c’è più perché hanno scavato i cani o hanno esagerato le talpe. A dove è morta una pianta. Vorresti riempire. Così pianti cose a caso.

Butti semi presi al negozio di giardinaggio. Non li bagni, perché sei pigro e perché l’acqua è preziosa. Speri che piova, poi “lasci che piova”. Hai sparso con speranza, dignità, incoscienza e l’ignoranza da giardiniere mancato perché sei perito industriale. Metti nella terra una lavanda, un finocchietto selvatico o una rosa regalata dagli ultimi ospiti. Poi le piante crescono. Quel verde si sviluppa. Ma mai in ordine. Le piante vedi anche che litigano. Alla fine, si adattano. Trovano modo di fiorire, anche se dal lato che non avevi previsto. Un giardino curato alla bell’e meglio è pieno di angoli – e significati – dimenticati. Dov’è rigoglioso è l’orgoglio di chi l’ha ereditato. Dove non lo è, un po’ non ci pensi, un po’ pensi a come risolvere. In realtà ci pensi sempre, anche se è un pensiero faticoso.

C’è poi il selvatico: all’ombra degli alberi in primavera arrivano primule e subito dopo le violette. Poi trionfa il tarassaco, in quel “prato”. Prima germogli, quindi fiori gialli, quei soffioni da far soffiare ai bambini, infine foglie enormi e affaticate. Si possono mangiare ancora. Poi si fa spazio alle margheritine, copiose al limite dell’infestante. Metti le prime foglie tenere di grespino in un’insalata. Quelle crescono vicino alle siepi che limitano, proteggono e nascondono.

Ciò che muore, spesso in fretta, lascia spazio ad altro, diverso ma altrettanto meraviglioso. Se non ci corri sopra. Inqueta calpestare l’erba a certe anime. Devi essere sempre curioso in quel giardino.

Te lo tieni e lo custodisci come puoi, intervenendo se esagera, guardandolo per quello che è. Compiacendoti anche, al bisogno. Come si fa con certe medicine. Quando c’era stanchezza e stress – l’inverno – quando c’era un momento topico – la primavera – quando si doveva scavare – in autunno – o da rinfrescarsi ben bene – d’estate –, la risposta era solo e sempre una: «Prima dormiamoci su». Ovviamente dopo un pranzo pieno di significati, anche abbandonati e ritrovati. E poi si rinasceva ogni giorno, al pomeriggio, anche se un po’ in disordine.

Carlo Bogliotti

da La Stampa del 23 maggio 2026