Questa rubrica ha 16 anni e a quel tempo dedicavamo il nostro primo articolo all’uva da tavola, che in queste settimane si raccoglie in tutta Italia con prezzi dai due e cinquanta al chilo fino a cinque o sei per le varietà più pregiate.

Al tempo scrivevamo: «Tra le varietà più commerciali la fanno da padrone la Vittoria e l’Italia, bianche. Un poco meno diffuse sono le pur comuni Black Magic, Cardinal, Red Globe o il Moscato d’Amburgo. Ci sono poi produzioni di particolare qualità, come a Trani dove si fa una selezione degli acini a mano (quelli piccoli sono sforbiciati nei mesi precedenti il raccolto) o a Mazzarone, in Sicilia, dove gli acini raggiungono dimensioni sorprendenti».

Con il tempo, poi, abbiamo creato tre Presìdi Slow Food: la laziale pizzuttello di Tivoli, la baresana pugliese e la montonico abruzzese. Antiche varietà da consumare fresche e che vanno salvate. Nello stesso lasso di tempo però le varietà di uva da tavola si sono moltiplicate: nuove, perlopiù senza semi, di colori attraenti e brevettate. Già, brevettate come la caffettiera Bialetti. Scriveremo alcuni dei loro nomi e dovremmo metterci a fianco il simbolino del marchio registrato, ma per motivi di spazio non lo lo faremo(e ringraziamo il sito uvadatavola.com): Sweet Sunshine, Cotton Candy, Sweet Globe, SugarCrisp, Sweet Celebration, Jack’s Salute, Sweet Mayabelle, Sweet Sapphire, Sweet Joy, Sweet Jubelee, Sweet Favors, Sweet Nectar, Candy Snaps, Candy Hearts. Queste sono proprietà della Igf (International Fruit Genetics). Poi ci sono quelle della compagnia Sun World: Sophia Seedless, Autumn Crisp, Scarlotta Seedless, Sonera Seedless, Midnight Beauty, Sable Seedless e Adora Seedless. Quindi quelle della Snfl (Special New Fruit Licensing): Timpson, Melanie, Ivory, Luisco, Magenta, Allison, Timco, Melody, Carlita, Great Green e Kelly.

Tutto solo per menzionare i principali tre “club”. Vi dice qualcosa questa parola? Ne avevamo parlato per le mele… Si tratta di varietà di proprietà delle compagnie che danno agli agricoltori semi, fertilizzanti, antiparassitari e tutte le istruzioni dettagliate per la coltivazione. Poi ritirano il raccolto e lo fanno viaggiare per il mondo, al prezzo che stabiliscono loro. Insomma, chi coltiva questa uva da tavola è come se prendesse un’auto in affitto, non è sua e non decide niente. Non che queste varietà siano malvage o “truccate”, sono anche buone, ma è il modello di coltivazione che ci sorprende, per come può rivoluzionare l’agricoltura e il ruolo del contadino. Per ora il modello regge, anche economicamente, e si diffonde anche per altri frutti. Ma in futuro che ne sarà?

Carlo Bogliotti

da La Stampa del 22 agosto