A chi non piace mettere i pomodorini nell’insalata, su degli spiedini alternati a bocconcini di mozzarella, usarli per dare gusto a un sugo veloce di crostacei e molluschi? Saranno pochi e queste piccole palline rosse hanno conquistato fette di mercato importantissime. In particolare, abbiamo le produzioni di Pachino e comuni limitrofi nel Sud della Sicilia, che hanno addirittura ottenuto il riconoscimento Igp, perché in quei terreni e microclima hanno trovato condizioni ideali per svilupparsi come belli come sono.

Curioso pensare che fino al 1989 non esistevano.

Avete letto bene. Chi è più attempato si ricorderà che i supermercati ne erano sprovvisti e il pomodoro da insalata, soprattutto al Nord, era il cuore di bue. Al Sud c’erano altri pomodori piccoli, a grappolo, varietà tradizionali da serbo che si appendevano nei sottotetti per conservarsi fino all’inverno. Ci sono dei Presìdi Slow Food a tutelarne alcune, le abbiamo citate poche settimane fa.

E il Pachino, che le ha un po’ soppiantate tutte? Non lo scopriamo certo noi, ma la storia è interessante e fa riflettere su che cos’è l’agricoltura oggi, dopo che la scorsa settimana abbiamo parlato dell’uva da tavola club, quella che di fatto i contadini non possiedono mai, anche se la coltivano. Tornando al 1989, succede che a Pachino arrivino i venditori di semi della Hazera Genetics, una multinazionale israeliana che ha sviluppato una varietà che potrebbe essere perfetta per il territorio siciliano meridionale. Questi semi, con l’introduzione di un paio di geni particolari consentono al prodotto, una volta maturo e raccolto, di conservarsi per anche tre settimane senza alterazioni. Non sono Ogm, è normale pratica genetica agricola. Inoltre, sono semi ibridi F1, cioè sterili. E brevettati dalla Hazera, che presto trova un distributore europeo per la Sicilia. Sterili e brevettati vuol dire che non possono riprodursi e che a Pachino ogni anno li devono ricomprare da Hazera. Ci hanno raccontato che i rappresentanti arrivano nelle tenute sicule come degli 007, con valigette assicurate al polso da manette, tanto i semini sono preziosi. L’origine è dunque in questo caso israeliana, anche se va detto che la Igp è giustificata dal fatto che altrove non crescerebbero così bene. Ma suona quasi distopico che un simbolo del made in Italy abbia questa remota radice. Più che remota, ché potrebbe anche arrivare dagli Usa o dalla Svizzera, pienamente industriale, così il contadino che ogni anno serba i semi per il raccolto successivo diventa lentamente un mero ricordo bucolico.

Carlo Bogliotti

da La Stampa del 29 agosto